Oltre la riapertura: le parole per sperare #igiornidellapandemia

«Questi giorni di casalinghitudine – il neologismo bellissimo, è il titolo di un libro di Clara Sereni del 1987 – hanno cambiato in parte il nostro lessico. Nel covidizonario, infatti, non ci sono solo parole nuove (anche scherzose come apericall, coronababy, o covidiota). Ci sono parole vecchie che tornano a vecchi significati (i virus sembravano ormai una questione informatica e la viralità un invidiabile privilegio degli influencer) o si sbilanciano verso significati diversi (le persone positive ora ci mettono paura, per la trasmissione non si fanno più tanti complimenti). La speranza è che tutto questo abbia cambiato anche il nostro rapporto con la lingua: che possa aiutarci a comprendere meglio lo sfaccettato spessore delle parole e insegnarci, magari, a trattarle con un’altra cura».

Riflessioni importanti quelle di Giuseppe Antonelli, che offrono nuove prospettive, non solo di carattere linguistico, per ripensare il nostro mondo trasformato in pochi giorni.

Un sostantivo apparentemente mansueto come riapertura ha ampliato il suo campo semantico ed ha acquisito in questa fase della storia sfumature e significati che vanno dall’incertezza alla speranza.
La parola riapertura è composta dal nome apertura preceduto dal prefisso ri-. E proprio nella particella ri- si spalanca un nuovo mondo: tra le numerose funzioni infatti, la particella indica il «ritorno ad una fase anteriore, dopo il compiersi di un’azione opposta a quella indicata dal verbo semplice; per es., riacquistare, riguadagnare, acquistare o guadagnare ciò che s’era perduto» (vocabolario Treccani online).
Come ha scritto la linguista Daniela Pietrini, nei media, alla svolta prima del 4 e poi del 18 maggio, «L’insistenza su parole formate con il prefisso di valore reingressivo ri- (riapertura, ripartenza) sottolinea la centralità discorsiva di significati reintegrativi nel senso del ritorno a uno stato precedente a quello (di chiusura, di blocco) causato dalla diffusione dell’epidemia. Un’ulteriore parola chiave del discorso sulla fase due è normalità». In particolare, spesseggia la locuzione nuova normalità, un vecchio cavallo di battaglia strigliato e condotto in parata dalla retorica del discorso pubblico (istituzionale e politico) ogniqualvolta si tratti di rassicurare (r-, riduzione di ri-, + assicurare), rappresentando la normalizzazione di una situazione in precedenza vissuta come eccezionale (per esempio, di new normal scrissero a profusione i giornali statunitensi dopo la crisi del 2008): «Da domani si torna con la mobilità tra le regioni, oggi sembra una conquista, ce l'abbiamo fatta col sacrificio di tutti e torniamo a questa nuova normalità», dichiara Francesco Boccia, ministro degli Affari Regionali (repubblica.it, 2 giugno 2020), alle soglie della riapertura del 3 giugno, percepita da tutto il Paese come la più ampia (da molte parti si scrive senza eufemismi di liberi tutti).
Forse un giorno, come scrive Stefano Massini, si porrà un cippo marcatempo tra un precovidico, un covidico e un post-covidico (o post-Covid, dopo-Covid) ma certo la voglia di normalità, per forza di cose nuova, ha il respiro di una riapertura anche fisica dei polmoni, dei bronchi, della bocca (per quanto coperta o semicoperta dalle mascherine): il covidico è stato segnato dall’infiltrazione e ostruzione degli interstizi polmonari; ora la riapertura pretende lo sblocco, è avida di aria, azione, attività.

La riapertura è – leggiamo ora nel Grande dizionario della lingua italiana Battaglia della Utet – la «ripresa delle attività di un’istituzione o di un esercizio pubblico dopo un periodo di chiusura o di sospensione». Oggi la ripresa è riferibile ad un intero territorio o, meglio detto, alle numerosissime attività che costituiscono la vita economica, sociale e culturale del nostro Paese.
Ricordiamo ora, a distanza di pochi giorni o settimane, con la sfocata imprecisione dei peggiori sogni, detti anche incubi, quel che c’era prima, la chiusura, la serrata, il lockdown – anglicismo che l’Accademia della Crusca ha proposto senza troppo successo di sostituire con la parola italiana confinamento (o, in alternativa, col crudo segregazione); in Francia  si è parlato di confinement e coerentemente, ora si parla di déconfinement.

Ora guardiamo alla fase 2, alla fase 3, alla ripartenza del sistema produttivo ed economico, ma anche alla riapertura dei luoghi della cultura, di biblioteche, archivi e musei.
«È evidente l’attesa di parte della popolazione per la riapertura di istituzioni culturali che sono state così importanti negli anni scorsi tanto da sviluppare in pochi anni percentuali di crescita uniche in Europa e nel mondo […]. La ripartenza sperimentale nei prossimi quattro mesi vedrà una relazione nuova tra museo e visitatore, auspicabilmente improntata ad una maggiore concentrazione, a percorsi più lenti e approfonditi, a relazioni strette tra comunità locali e il proprio museo e a nuove relazioni intense tra muse, Scuole e Università. Non va sottostimata la nuova consapevolezza nell’opinione pubblica dei riflessi positivi del contatto con le opere d’arte per lo sviluppo del proprio benessere, con gli ormai comprovati benefici per la salute fisica e mentale, particolarmente necessario dopo il periodo di contenimento sociale» (Linee guida per la riapertura dei musei e dei luoghi della cultura statali, circolare n. 44, Direzione Generale Musei).

Attesissima anche la riapertura di mostre. Come quella, importante, dedicata a Raffaello. 1520-1483, presso le Scuderie del Quirinale di Roma, le cui porte riaprono al pubblico fino al 30 agosto 2020. Dopo appena qualche giorno dall’inaugurazione, la mostra dovette chiudere e la riapertura inizialmente fu solo virtuale (Raffaello oltre la mostra) con approfondimenti, curiosità e percorsi inediti per ridare vita a quell’esposizione rimasta al buio.
Da ricordare, tra i numerosi tesori esposti, anche la Lettera a papa Leone X di Raffaello e Baldassarre Castiglione. «Si tratta di un documento assolutamente eccezionale per varie ragioni: è l’abbozzo, non datato, di un testo destinato alla pubblicazione, mediante il quale Raffaello Sanzio si rivolge al pontefice accompagnando una pianta di Roma antica con i rilievi dei principali monumenti archeologici. Fin dai primi anni della permanenza nella città eterna, a partire dal 1508 circa, l’artista aveva intrapreso un’appassionata ricerca dei ruderi dell’antichità romana “li quali io con molta diligentia et faticha perscruttando per molti lochi pieni di sterpi inanti e quasi inaccessibili ho ritrovati” (p. 19 della lettera)»,  come riferisce in un’ampia e accurata descrizione Luisa Onesta Tamassia, direttrice dell’Archivio di Stato di Mantova, dove è custodito il pregiato manoscritto (qui la descrizione completa del documento). Personaggi illustri rivolgevano lo sguardo, con una lucidità nuova, cinque secoli fa, ai tesori dell’arte e della cultura, da riscoprire e conservare. Torniamo a pensarci oggi, riaprendo anche a quell’orizzonte.

Per saperne di più

Clara Sereni, Casalinghitudine, Einaudi, Torino, 1987
Giuseppe Antonelli, L’influenza delle parole, Solferino-RCS, I libri del Corriere della sera, Milano, 2020
Daniela Pietrini, Ritorno al futuro ovvero le parole della normalità - Parole nel turbine vasto, Treccani.it (Lingua italiana), 4 maggio 2020
Stefano Massini, Covidico. La nuova era dell’umanità, repubblica.it, 20 aprile 2020
Claudio Marazzini, In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus - II puntata, accademiadellacrusca.it, 2 aprile 2020

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